Pino Fortunato - Sito Ufficiale
Teatro
“yelèa” |
( Persia VI sec. a . C. - Elèa 425 – 410 a .c. circa.) |
Indice dell'opera " CIRO IL GRANDE " ( PERSIA VI sec. a.C.) Dramma in due attide " I FOCEI " ( Elèa 425 a. C. circa ) Dramma in due atti " LA SAGA DELA CIVETTA " ( Elèa 410 a. C. circa ) Dramma in tre atti |
La trilogia suddetta, intitolata Yelèa , e che ha per oggetto, appunto, la storia di Elèa, l'antica città natale di Parmenide e Zenone, si dipana attraverso il dramma storico di - “Ciro il grande” (Erodoto, Le Storie, Libro I), come preludio, e due altre tragedie ben distinte, ma che sono l'una la continuazione temporale dell'altra, dal titolo:
- “i Focèi” , l'una , ove si racconta della morte del filosofo Zenone ( di Elea ), |
e - “La saga della civetta” , l'altra, là dove il tiranno di Elea, Neàrco, troverà, finalmente, la fine che meritava.
Attraverso codesto lavoro ho inteso innanzitutto dar libero sfogo alla mia passione culturale per la storia eleàta e insieme imbastire, al mo' dei menestrelli medioevali, le tante notizie frammentarie che la Storia ci ha in qualche maniera tramandato, immergendole in una atmosfera di amori folli e disperati, frutto di una società degli umani là dove da sempre primeggia l'arroganza ed il cinismo dei più forti, e là dove le passioni più potenti fanno breccia invece nel cuore delle persone più pulite ed oneste, ma per questo fors'anche ingenue, e sicuramente più vulnerabili;
spero di aver fatto cosa utile e piacevole, allo stesso tempo, e per il lettore solitario, amante della calma domestica del suo focolare, e per l'appassionato frequentatore di Teatro, amante di deliziarsi al raffinato eloquio degli attori in scena, tra luci cangianti, ombre e il sarcasmo di battute mozzafiato, e forse, chissà, per qualche liceo intraprendente e futurista, che voglia adottare l'Arte quale veicolo di trasmissione culturale, forse il più energico ed il più puro, al fine di preparare all'insegnamento della storia i più giovani… vogliosi di movimento e d'avventura: Grazie per l'attenzione Pino Fortunato |
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1) "Ciro il grande" |
consulta le fonti sul web: |
http://dariosoldani.interfree.it/erodoto/home.html ( libro I - 107 - 169 ) |
Sinossi: Correa il tempo, d'erodotea memoria, in cui la Media sottomesso avéa il popolo Persiano e, senza più valore alcuno, schiavi considerava, di quella Stirpe, re e principi, regina e damigelle, e ognuno che da quel sangue fosse scorso. A quell'epoca, Astiage, potente condottiero, n'era il re. Mandane, la bella Principessa, figlia sua, amor furtivo, dolcemente assecondato, coltivava col giovine Cambise, principe persiano, …e si sa: “sollecito è l'Amor proibito a cogliere frutti, quando incauto l'amante d'amante ruba con foga, saziando Amore! ”
Fu così che nacque Ciro. Se pure da rancore attinse Astiage, gridando al tradimento, quel maschio nascituro … la sua discendenza assicurava, … ma Vanità appagò per poco, perché: “Quando il Senno, da Funesto sogno intorpidito, reca sentenza… in morte altrui compiace sua salvezza” “Foriero di sciagura immane è al trono l'indifeso pargoletto, se restasse in vita!”… Questo diceva il sogno,… e ad Arpago, tra i Medi il più fidato, il re diede ad eseguire la macabra sentenza. Qual pianto amaro, e qual destino atroce bussò alla sua porta: ribollir sentiva il sangue al solo pensiero, e nauseabondo s'annunciava il Fato! Ad evitar tale gravoso ufficio, con imperioso ardore, che a rifiuto alcuno libertà non cede, … a Mitridate, il pecoraio, impose tale fardello. Ma nobile il cor del pecoraio, pur salvando l'apparenza, alla Sorte non concesse macchiar d'infamia la sua limpida interezza: volle Destino che, in quello stesso giorno, partorisse sua moglie un maschio morto, … e lo scambio fu facile a intuirsi. Alle fiere esposto, già esanime, il corpicino spento, non furono tre giorni che Arpago, presane visione, compiaciuto, n'ordinò l'interramento. Fu così che Ciro… crebbe forte e sano, tra pecore e bovini, ed una madre di nome Cino. Dieci anni appena avea che, un giorno, per gioco fatto re tra suoi coetanei, impose sei sferzate al malcapitato, che suoi ordini precisi avea ignorato. Dell'incauto bimbo il padre, nobile del regno, ad Astiage chiese conto, e pur soddisfazione. Ciro fu chiamato a dare spiegazioni: tal fierezza, agli occhi del Patriarca, mostrò l' imberbe, … e intelligenza, e senno, che proprio non sembrava d'un mandriano esser figlio. Colto l'inganno Astiage, perché troppo simile a se medesimo esemplar sanguigno, in intimo segreto, Arpago mira qual bersaglio di vendetta. Mandato Ciro in Persia, riunirsi a padre e madre, … combina nel frattempo, in onor d'Arpago, un regale, funereo banchetto. A sua insaputa il nobile invitato sazia suo appetito con gran soddisfazione: “certo, - pensava - “di gran mestiere è il cuoco, … e d'esperienza illustre, se succulenza tale, … e tal fragranza, spremere è capace da carni d'umile capretto”. Ma quale sorpresa l'aspettava: nello scoperchiare il vassoio d'ultima portata,… di fanciullesco aspetto,… due mani, due piedi, ed una testa, gli apparvero dinanzi: “Quale scherzo barbaro è mai questo! Dio degli Inferi, … è mio figlio! ” Colta l'antifona,… niente più disse, e, raccolto che avea con cura misero fagotto, i poveri resti egli stesso, andando, condusse a sepoltura. Da quel giorno fecero lor corso molte primavere e… “il tempo, si sa, è un gran buon medico: lenisce le ferite, gli animi assopisce, … ma non dimentica! ”
Ciro, compiuto che avéa vent'anni, d'Arpago riceve, in bello scritto, nunzio servile. Diceva il messaggio: - Quando vorrai, sappi che pronto io già sono ai tuoi comandi, e lo stesso i miei fedeli, ed altri ancora, contro il tiranno in armi. - Non restava, al giovin principe persiano, che trovare il giusto modo: Furtivamente inventò, scrivendo, d'Astiage real messaggio, che lui, Ciro, nominava capo de i par suoi, sottomessi ai Medi. I Persiani tutti chiamò a raccolta, e, partecipi lor facendo, ne vestì il comando: “Qual primo incarico, - disse loro - “voglio che tutti domani, …falce in pugno, o d'altro arnese all'occorrenza, pulito rendiate d'ogni sterpo e sasso, o d'incurioso avanzo, il territorio che dal fiume … se stesso stende ad occidente, fino ai piè del monte. Procurate, inoltre, che tutto abbia compimento ancor pria che notte”. Ben fatto e reso fu il servigio, l'indomani, e all'ora stabilita e, pria ancor che alcuno avesse a lamentarsi, Ciro disse loro: ”Andate alle vostre dimore e, col buon dormire, dalla fatica ritemprate l'ossa, chè domani, a giorno fatto, dopo un bel bagno, e in bella veste, a prelibata libagione, in casa mia, invitato tutto è l'Ardor Persiano”. Il giorno dopo, ingozzato che avean ben bene, e saziato a volontà, piacere che schiavitù per troppi anni avea lor negato, Ciro, a fine banchetto, parlò dicendo: “In due soli giorni, … dell'umano viver l'essenza capricciosa fu a voi mostrata: - la sferzante mano della fatica, …che genuflessi piega al giogo suo gli stolti, - e il netto suo contrario, che di gustar permette il lieto abitar ‘sì mesta sorte ch'è la Vita”. Continuando: “ Or dunque, di sudor grondante volete l'esistenza vostra, già malsana, … o d'Astiage, in armi, fare un sol boccone, ai miei comandi?, … ‘sì che d'arbitrio vostro far libera espressione voi possiate, e i Medi sottomettere, … e i privilegi, che ad essi oggi appartengono, far nostri, e nostro il piacer di vivere… mai più da schiavi!” Tutti nell'intimo colpiti, alto l'orgoglio, … in piedi, all'unisono: “Lunga vita a Ciro!” “Morte al tiranno infame!”. Fu così che, con sottile stratagemma, Ciro risollevò l'onor del popol suo, e in armi mosse guerra al trono. Saputo dell'intento rivoltoso, Astiage armò il popolo dei Medi e, in balia del Fato, quale inconsapevole strumento d'un destino già segnato, avventato nella scelta, nomina Arpago generale delle truppe. Scesi che furon schieramenti in campo, fede mantenendo Arpago al giuramento dato, arrise a Ciro la vittoria... e catene all'odiato re. Se pur d'Arpago irriso, Astiage rimproverògli il malcostume d'aver ceduto al nemico il trono, e il dominio sul popolo di Media; che egli stesso, qual principe tra i cospiratori, avrebbe controllato facilmente, …se solo ne avesse avuto il cuore, … e senno tale da non tradire il sangue suo. Malgrado d'Astiage gli impropèri, fu così che Arpago die' soddisfazione a sua Vendetta, e Ciro… la Media dominò in lungo e in largo, e il popolo Persiano rese forte e rigoglioso, e a chiunque … temibile avversario. Non diede morte al vecchio re, che per trentacinque anni avéa crudelmente dominato, né meritato esilio, perché, docile al materno amor, al rancore seppe far fronte Ciro, … e il nonno presso di se tenne per lungo tempo ancora, ... finché carcassa sua… Morte non colse. |
2) De “i Focèi”: Sinossi
Galàzio, un giovane drammaturgo, tra una battuta di scherno ed un verace complimento, onde nascondere il proprio disagio, si dichiara alla sua bella Janìra, sorella di lìkos, un attore amico, che li sorprende sul più bello della scena, con ironico consenso. I tre stanno preparando le prove per ”l'Edipo e la sfinge”, un dramma teatrale di Galàzio, allorquando, all'improvviso, li distoglie dall'impresa l'arrivo di Callìmaco, il nonno di Galàzio. Il vecchio subito si scusa e fa per andar via quando il nipote gli ricorda una sua promessa: raccontare la storia dei Focèi e delle loro traversie, allorquando, prima della fondazione della cittadina eleàta, furono scacciati dal suolo natio dall'avvento di Ciro il grande. È un cruccio dei ragazzi riuscire a produrre un dramma da recitarsi in teatro, per ricordare i loro antenati, Callimaco ne è cosciente, e acconsente a narrare la storia che suo padre, a sua volta gli aveva raccontato da bambino. Struggente il ricordo personale del vecchio rattrista alquanto, fino a stimolare gli occhi sognanti dello stesso Callimaco e qualche lacrima di nostalgia. È Lìkos, alla fine del racconto, a risollevare gli animi, esortando tutti ad uscir di casa. Andiamo tutti in spiaggia, dice, ché imbarchiamo un po' di buon umore: usciamo a rimirar l'orgasmo di Natura, ché il sole ormai è sulla via del mare, fra un po' si posa! La seconda scena vede Zenòne, il filosofo, incontrarsi con Pelìa, il medico, e Kàulo, l'incisore di medaglie, nella bottega di quest'ultimo: i tre amici si impegnano in nostalgici ricordi della loro infanzia, meditando sul da farsi per contrapporre una azione di controllo decisa sulla politica sconsiderata di Neàrco, il tiranno di Elèa, e dei suoi accoliti: gente così spregiudicata e cinica da affamare una fetta consistente della popolazione eleàta. Galàzio e Janìra, intanto, vivono la loro struggente storia d'amore, immersi anima e corpo nelle meraviglie naturali della campagna eleàta: l'uno a comporre i suoi versi, all'ombra degli ulivi secolari, l'altra, lì da presso, alla ricerca di bacche profumate. Nella riunione del consiglio degli anziani, nel Gimnasium di Elèa, Callìmaco, Ancìlio e Zenòne, con precise invettive, si ribellano al despota, che inferocito dalle accuse minaccia ritorsioni. Di ritorno a casa, Callimaco confida ai giovani ( Galàzio, Janìra, Lìkos e Lacònio, uno scultore amico di Galàzio.), riuniti a cena dal buon pesce pescato da Lacònio, degli esiti del consiglio, mettendoli sull'avviso dell'imminente, probabile, rischio, ed invitandoli ad una riunione segreta, da tenersi nella vecchia filanda, coi benpensanti della città, la notte successiva. Nel palazzo di Neàrco, il giorno dopo: il despota medita vendetta, incaricando il capitano delle guardie di far pedinare i tre boriosi anziani, Callimaco, Ancìlio e Zenòne. Le ore notturne vedono riunirsi tutti i benpensanti eleàti, nella vecchia filanda dismessa, al di là delle mura: disparati gli interventi mirano, con fervore, a dar risoluzione al caso. Sono i giovani Lacònio e Lìkos a risollevare gli entusiasmi, e la saggezza di Callìmaco e Zenòne a tracciare una probabile via di intervento, forse la più consona al momento di indicibile delicatezza. Le guardie di Neàrco, messe alle calcagna degli anziani consiglieri, scoprono il complotto, ma sol riconoscendo, alla dovuta distanza, le persone pedinate. Venuto a conoscenza della congiura, Neàrco fa arrestare, alle prime luci dell'alba, Callìmaco e Galàzio, intervenuto a proteggere il nonno. I due, sottoposti ad un'incalzante e straziante interrogatorio subiscono la morte: il giovane trafitto accidentalmente dalla spada di una delle guardie, l'altro colto da malore, alla vista del copioso sangue del nipote esanime. Zenone, arrestato anch'egli, alla vista degli amici morti, messo alle strette, pur di non tradire nessuno, si stacca la lingua con un morso, sputandola ai pie' del dittatore, e per vendetta viene condotto a morte, pestato in un mortaio. L'agorà di Elèa, nella mattinata, vede Janìra e Lìkos recarsi a compiangere le spoglie di Galàzio, che insieme al nonno sono esposti appesi per un palo. Queste furono le parole del dittatore infuriato, al cospetto di Zenòne: “ Callìmaco e il nipote, appesi a un palo, faranno sfoggio delle loro inutili carcasse, loro malgrado, proprio là, in bella vista nel bel mezzo della piazza dell'agorà di Elèa, spargendo maleodorante il monito… a chiunque… serbasse ancora l'impudenza di muovere pretesa contro Neàrco!” Straziante è l'approccio di Janìra ancora incredula, ma già al limite d'uno sfogo di pazzia: l'avvento della sera la coglie accomiatarsi da Galàzio con un'arrivederci, ancor convinta di ritrovarlo vivo, stanco di recitar la parte in tragico dileggio. La notte, intanto, foriera di terrore per i tragici eventi, è il luogo sicuro per la fuga, per gli amici e per gli altri congiurati. Sono in tanti, ma non si può fuggire tutti: le barche a disposizione sono poche. Molte saranno le famiglie a disgregarsi: le donne abbandonate ad un destino alquanto incerto, relegate di sicuro in quartieri malfamati, e gli uomini, coi figlioletti maschi, per paura di ritorsioni, avviati per la tragica strada dell'esilio. Kàulo e Pelìa, ognuno col proprio figlioletto, si uniscono alla schiera dei fuggitivi: nella foga caotica della corsa verso il mare, Kàulo, ferito da uno sgherro, cade e sviene. Il figlioletto Aktìna, impaurito, scompare, forse preda della notte, o di qualche malintenzionato senza scrupoli: inutile è il sacrificio di Pelìa e del figlioletto Zènore, affannati nella sua ricerca: li costringono ben presto a risalire in barca per la traversata verso Poseidònia. Non si saprà più niente di quel fanciullo! La mattina del giorno dopo, Janìra, ormai cosciente e rassegnata, si reca a casa dello scomparso Galàzio: lo strazio è palpabile ad ogni pie' sospinto, tra suppellettili rovesciate nello scontro degli sgherri con Galàzio, e ricordi di un passato ancor troppo fresco per essere cancellato. Cerca disperatamente, ed inutilmente, una possibile arma per mettere fine ai suoi patimenti, là, tra quelle mura amiche e quell'angoscia per l'innamorato dipartito per cinica sventura, allorquando si mostra al suo cospetto Lìkos, il fratello, che mai in verità l'aveva persa di vista un solo istante, e che, lui stesso inorridito dagli eventi, dilaniato dallo strazio di Janìra, le porge tra le mani un brando. È quello che voleva Janìra, e quasi senza batter ciglio, con una smorfia del volto, molto vicina ad un sorriso, con tutte le sue forze, affonda inesorabile la lama, gridando per l'ultima volta il nome di Galàzio. S'affloscia ella, stramazzando tra le braccia del fratello, che la sorregge pur cadendo genuflesso: non si dispera Lìkos, solo la stringe a sé…in straziante, fraterno, abbandono. |
3) " La saga della civetta": Sinossi
È notte, Àulos, un giovane ma sfortunato pittore eleàta, medita la morte. …“e resta lì, immobile: le sue natiche affondate nella rena, e il suo profilo che si disegna sull'incerto chiarore della luna, che il mare riflette! All'improvviso infuria la tempesta. Preso alla sprovvista, il giovane corre a ripararsi dalla sferzante grandine gelata: guadagna un casolare non distante, e, prigioniero delle tenebre, all'interno della catapecchia, si rannicchia là sul posto conquistato, a ridosso del pavimento, ormai esausto, e si abbandona al sonno. L'alba lo coglie ancora mezzo addormentato e, nella fioca luce mattutina, intravede, tra le macerie della stamberga in rovina, il volto impaurito di una giovane fanciulla, mal celato in un cantuccio. Le chiede spiegazioni, ma lei non proferisce verbo, e nell'incertezza del giovane farneticante, alla prima occasione utile, ella prende e fugge via. È solo in quel momento, quando è troppo tardi ormai, che il giovane si accorge di quanto attraente e dolce fosse la fanciulla, e si scopre innamorato. Àulos, in preda alla confusione, fa ritorno alla bottega, sua dimora: quasi preso per mano da una forza altra, con un patos che ha del surreale, si ritrova a schizzare il ritratto della sconosciuta. In quel frattempo, si catapulta in casa, con inverosimil foga, il suo giovane collega Marcòre, che porta con sé un dipinto da sottoporre al consiglio dell'amico: un dialogo appassionato, un insieme di esaltazione, di sfogo e di scoramento, coglie i due amici, che, onde distrarsi da cattivi pensieri, alla fine, fuoriescono all'aperto a respirare aria fresca. Nei pressi del borgo marinaro, i due si imbattono in una scena alquanto rumorosa: sembra che la giovane sconosciuta sia stata colta a rubare del pane, “con le mani nel sacco”. I due amici intervengono in aiuto della ragazza quand'ella, alla prima occasione propizia, prende e fugge via, lasciando i due a risolvere la questione col panettiere, che, contro ogni aspettativa, si mostra alquanto amichevole e accondiscendente, non avendo voluto nient'altro che mettere paura alla ragazza, dice, non credendola appunto una ladra. Esilarante è il gioco delle parti alla fine della scena, quando addirittura il panettiere, rifiutando il denaro per il risarcimento del pane, compra ad Àulos, per tre sonanti dracme d'argento, i disegni che portava arrotolati sotto il braccio; con grande stupore da parte dei ragazzi, che, mossi da un impeto di follia giovanile, scoppiando in una fragorosa risata, e saltellando scherzosi, quasi euforici, alzano così la voce a bandir declamo: “Accorrete, gente, accorrete! Venite a comprare il pane del sorriso: è un impasto miracoloso!, … distoglie la malasorte!, accorrete, accorrete!” Mossi al sorriso da tanta coinvolgente e inattesa ilarità, molti avventori fan ressa intorno e comprano il buon pane, non foss'altro che a mangiarlo non può far male, e chissà… forse.. potrebbe anche portar bene! La scena successiva vede il ritorno a casa di Yelèa, la bella sconosciuta, che, al cospetto della vecchia madre, chiede spiegazioni sull'assenza del tanto agognato genitore Pelìa, il medico, e del suo tanto amato fratellino Zènore. La madre le confida del forte e fraterno legame che univa Pelìa al sommo filosofo Zenòne, e come la morte di quest'ultimo avesse spinto il padre col fratellino a riparare in terra straniera, per sfuggire all'inaudita vendetta di Neàrco, il dittatore eleàta. Trafitta da oltraggiosi sensi, la giovane Yelèa, esausta, si abbandona finalmente al sonno. Il dittatore Neàrco, il giorno dopo, raggiunto dalle ultime notizie dello scalpitare pericoloso degli esuli eleàti, riparati a Poseidònia, manda una sua spia, la più fidata e la più spietata, a sondare le intenzioni del nemico: Megàfti, ( Grande orecchio), questo il nomignolo affibbiatogli dal tiranno, riesce ad infiltrarsi subdolamente, fors'anche perché non conosciuto. Pare avere gioco facile il perfido Megàfti, allorquando un vecchio esule, che lo guarda con spasmodico interesse, lo distoglie dalla sua proverbiale sicurezza arcigna, perché sembra riconoscerlo: è il vecchio Kàulo, suo padre, che sulle prime gli nasconde la sua vera identità. Venuto a conoscenza del suo vero passato, e di quanto Neàrco fosse stato spietato e cinico nei suoi confronti, giura vendetta, ed insieme a Zènore, il figlio di Pelìa, il medico, raggiungono la cittadina di Elèa, là dove, convinti Àulos e Marcòre a seguirli, attentano alla vita del patriarca, non sortendo per altro alcun risultato utile, se non il ferimento di Zènore durante la fuga. Attraverso vie nascoste all'occhio umano, che trapassano sotterra l'intera Elèa, Megàfti li conduce sani e salvi nei pressi della marina, ove, in casa della vecchia madre e della sorella Yelèa, abbandonate al loro destino molti anni prima, Zènore prende le prime cure. Anche le due donne fuggono stavolta: abbandonano tutti la città, alla volta di Poseidònia. Dura tutta la notte la lunga traversata in mare. In quel di Poseidònia, a casa di Kàulo, avviene lo straziante incontro tra il medico Pelìa, accorso in fretta e furia per prestare le sue cure al figlio, e la moglie con la figlia: le sue due fanciulle d'un tempo ormai passato. Restano tutti sotto lo stesso tetto, a casa di kàulo, con l'intento di potersi meglio difendere in caso di attacco del nemico. Durante la traversata in mare, Àulos e Yelèa, finalmente insieme, hanno preso coscienza, ognuno per proprio conto, della forte attrazione che li unisce. Àulos, sul suo giaciglio, pur spossato, non riesce a prender sonno, e portandosi all'esterno della casa, nel cortile di fronte al mare, incontra, sul far dell'alba, la giovane Yelèa. Languido e possente è il gioco delle parti che impegna i due nel momento dell'incontro, persino esilarante, finché entrambi non cedono accondiscendenti al richiamo dell'amore. Passa un nuovo giorno, quando tre sgherri di Neàrco attentano alla vita di Megàfti, uccidendo il vecchio Kaulo, che, accortosi del pericolo all'ultimo momento, s'era fiondato in avanti a scudo del figliolo. Accorsi in loro aiuto Marcòre e Zènore, anche i tre sgherri vengono sopraffatti e uccisi. Pelìa, alla vista dell'antico amico morto, preso da indicibile sconforto, in preda ad un malore, perde la vita, riuscendo tuttavia ad accomiatarsi in tempo dai suoi cari, e strappando a tutti i presenti il giuramento di far ritorno ad Elèa da liberatori. Anche Megàfti si dispera, al cospetto del padre morto, e giura vendetta, così, senza perdersi in inutili preamboli, organizza per la notte stessa la spedizione punitiva e il ritorno degli esuli al suolo natìo. Tragico lo scontro con Neàrco dà la morte al dittatore, che si mostra al fine in tutto il suo cinico disprezzo, nello scambio di battute argute, e al ritmo forsennato di stoccate ardite, suonate dal metallo al fil di lama. Megàfti resta ferito anch'egli: ma è solo un taglio. Queste le sue parole, alla fine dello scontro, nel dare l'ordine di suonare il gong all'impazzata, così come promesso ai suoi, in trepidante attesa là sull'arenile: “…che Elèa tutta si allarmi, e si ridesti al fine… ad appagar Giustizia!” Tutti son presenti nell'agorà a dar commiato alle salme di Kàulo e Pelìa: Megàfti tiene un sermone, ed esalta i pregi dei defunti, contrapponendoli alla vita spregiudicata di affaristi come Neàrco e i suoi accoliti. È una sferzata alla superficialità del popolo la sua eloquenza, ed un monito a coloro che si sentono i più furbi. Toccante il suo intervento lascia tutti sconcertati: i colpevoli già pronti a correre ai ripari, gli altri a rinforzar la fede nelle cose dello stato, perché, come dice Megàfti: il benessere o è di tutti, o non è di alcuno, e di certo una città dilaniata da guerre intestine sarà facile mercè dello straniero, e soccomberà ben presto al suo fatal destino. Queste le sue ultime parole, in quel frangente: “Musici, suonate in funebre compianto: che l'onore dei morti s'innalzi solenne, ad impregnare le gesta dei figli, e che di Elèa ce ne sia una, ed una soltanto, che orgogliosa si stringa in memoria! Conduciamoli a sepoltura” [ Il ritmato incedere dei tamburi fa da sottofondo, ed una musica struggente si alza in funebre cordoglio.] Gran parte degli esuli ha fatto ritorno, altri festanti ne arriveranno, ma con qualcuno in particolare il destino è stato ancor più aspro: è Lìkos, a cui tutto strappò Neàrco, che per uno strano gioco della sorte fa ritorno ad Elèa proprio il giorno dopo la morte del dittatore, nulla assaporando prima di quella nuova. Nelle vesti di un povero derelitto umano, quale la fortuna lo condusse a zonzo, senza una meta, dal fatale giorno della morte di Galàzio e del suicidio di Janìra, sua sorella, tutto ignorava. Adagiato ad un masso d'un vecchio rudere, a riposar le ossa stanche, viene distolto dal suo naufragio interiore dall'arrivo di alcuni giovani attori, che provano le mosse di un manoscritto fresco fresco: il sogno notturno di Priòne, un aspirante drammaturgo. I dialoghi di quel sogno, recitati con maestria, destano l'ira di Lìkos, che col bastone penzolante in mano, irrompe sulla scena sbraitando rabbia. Sulle prime, Priòne prova a giustificare il suo operato, ma ben presto s'avvede dell'assurdità di quella pretesa, e a sua volta chiede spiegazioni a Likos, dato l'atteggiamento alquanto inopportuno e surreale; ma è subito lo stesso Priòne a percepirne il nesso: “ Oh, se non dal fremito della tua voce, o dal sudor che t'imperla il viso, dal profondo del tuo sguardo perso colgo il tuo dramma, ma se veritiero è il sogno, non ti crucciar ben oltre, siedi invece, frena le tue pulsioni, e, con calma, concedi a me e ai miei compagni di narrare a te il prosieguo, ché il sogno tutto ho scritto: il vaticinio, se tal si mosse, è d'uopo che a te pervenga intatto. Io nunzio fedel soltanto m'adopro. Dunque, acquieta tue membra, e ascolta.” Gli attori continuano nel loro cimento, quando Lìkos, alla fine, esterrefatto dalla veridicità del sogno, e dalle ragioni che la sorella adduce, attraverso le parole di Priòne, scoppia in un pianto liberatorio. Grande meraviglia tra i presenti a quel prodigio, e da subito qualcuno incalza lìkos, per avere chiarimenti: “Dimmi, straniero, d'onde vieni?, qual è il tuo nome?, Lìkos sei, … davvero? È dal dialogo che Lìkos scopre della morte di Neàrco, e per l'ennesima emozione sviene: i ragazzi, commossi da tanta pena, lo prendono di peso e lo trasportano a casa di Priòne per curarlo. Dèlfo, incuriosito dai papiri arrotolati, nascosti nel tascapane di Lìkos, sbircia tra le righe d'un manoscritto, facendone partecipe lo stesso Priòne, che esclama meraviglia. Risvegliatosi, e avendo colto quell'ultima espressione, Lìkos confida ai ragazzi la grandezza artistica di Galàzio, il suo grande amico scomparso, e si lascia strappare la promessa di raccontare della storia di lui e di Janìra, in cambio però di maggiori dettagli sulla morte di Neàrco, ma i ragazzi richiamati da un precedente impegno, si accomiatano da lui ben presto. Lìkos resta solo e medita sull'accaduto, e soprattutto su quanto trovi strana la sua accondiscendenza nell'accettare l'ospitalità offertagli: lui che da tanto ormai è diventato come un orso, schivo da chiunque possa avvicinarlo; ma alla fine si ravvede e dice: “Che strana sensazione mi pervade: non disagio provo, qui tra queste mura, non furia di scappare, eppur dovresti in casa di estranei, non trovi, Lìkos? Hai forse perso ogni pudore? Niente più conservi dell'indole d'un tempo?…….. È come se ogni pietra mi parlasse, ogni suppellettile mi fosse familiare! Certo son fra la mia gente, la riconosco tale, e fra la miglior genìa, ma… Chi sono in realtà costoro?, Eleàti, sì!, ma tanto basta? Oh, no, non può bastare!, ma, in vero, mi riconosco in loro: rivedo me e Galàzio, e Janìra, … da loro colgo il medesimo entusiasmo che ci tenne uniti, la medesima sfrontatezza, lo stesso impulso a rimarcar la buona fede altrui, la buona causa, a sfregio del rischio, e del vivere tranquillo. Sì, quali temerari non siamo stati, quali incoscienti: sì, in fondo, loro quali noi fummo! Ecco, finalmente mi ritrovo in quei ragazzi qual fui davvero: il tanto amato fratello di Janìra, il tanto sfrontato amico di Galàzio!” Ma ecco all'improvviso, un fracasso infernale spalanca l'ingresso: |
Laconio Lìkos, Lìkos! Dove sei?, sei tu davvero, Likos? È Lacònio, lo scultore, anch'egli invecchiato, ma pur sempre riconoscibile. Gli occhi fuori dalle orbite, per sentir gridare quel nome, come se il tempo non fosse mai passato, Lìkos non crede a ciò che vede, e come se una luce finalmente si accendesse nella sua mente esausta, esclama: Laconio?, Tu?! Laconio Sì, or ora incontrai Priòne che mi narrò con furia! Dio, qual turpe inganno s'apre ai miei occhi, |
Lìkos, ti riconosco a stento! Lìkos Oh, non ti crucciare per l'aspetto: si rimedia in fretta, ma dimmi: Priòne tel disse? Lacònio Sì, il mio figliolo. Lìkos Tuo figlio? Oh, santi numi!, ecco, adunque svelarsi l'arcano, e al fine pure ho mantenuto fede alla promessa data!, ricordi? Lacònio Quale promessa? Lìkos Di farti visita, … ed eccomi qua: tardi, ma ci sono; ridotto ad una larva umana, sì, ma pure ce l'ho fatta! Lacònio Che il cielo ti benedica, amico mio, e mi sprofondi negli abissi dell'oltretomba, se non sei il benvenuto! Qua, dammi un abbraccio! Lìkos Ma, … non sono in condizione… Lacònio Qua: abbraccerei il fetore di un bue morto per la peste, se solo avessi la certezza di guadagnarmi la tua presenza, o Lìkos!, il mio carissimo Lìkos! [ Si abbracciano commossi: è Lìkos per primo a muovere un singhiozzo, e liberandosi in parte dall'abbraccio, con un pugno appoggiato al tavolo, pur sostenendosi all'amico, la testa china, quasi a nascondere lo sguardo, scoppia in dirompente pianto: son lacrime liberatorie, acqua purificatrice, finalmente, che darà un impulso nuovo alla sua esistenza.] |